Quando un'intera classe scrisse: "L'amico del cuore? Donatello"

di Francesco Guidara

un ricordo commovente

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Io, Donatello, Stefano e altri

“Chi vuole diventare portiere?” chiese l’allenatore. Io, disse Donatello, facendo un passo avanti. Si girò, mi guardò come dirmi: sorpreso, no? E sorrise. Avevamo 9 anni e giusto pochi giorni prima avevamo cominciato insieme all’Audace. Donatello era così. Imprevedibile, guascone con quell’aria divertita che ti strappava un sorriso anche nei momenti più impensabili. Non mi aveva detto che avrebbe giocato in porta e quasi credetti che fosse una burla, una delle sue. Ma così non fu. Perché Donatello – che aveva più carattere di me – andò avanti, e la sua testardaggine lo fece diventare davvero portiere. Un grande portiere.

Ci ritrovammo qualche anno dopo: lui fra i pali dell’Audace, io seduto in tribuna a scrivere i primi articoli per Il Tirreno. Porto con me questa immagine del mio amico Donatello. Fa compagnia a tante altre, luminose e piene di luce come era Dona per chiunque lo avesse conosciuto. Io ebbi la fortuna di incontrarlo tanti anni fa. Il 1978 fu l’anno della prima elementare. Ricordo quella mattina, carica d’emozione, seduti sui banchi di Carpani. Per mano a mia mamma, la cartella rossa. Lì nascerà una delle amicizie più forti della mia vita. Donatello era l’amico di tutti, Donatello era il leader della classe.

C’è un episodio divertente e che racconta molto di allora. Un giorno la nostra maestra, Giuliana Fossi, assegnò un piccolo compito in classe: “descrivete in una pagina il vostro amico del cuore”. Risultato: tutti i ragazzi scelsero un solo soggetto, Donatello. Fu quasi imbarazzante. I compiti dei bambini cominciavano tutti allo stesso modo: “il mio amico del cuore è Donatello…”. Ma era così e, cosa più incredibile, nessuno ne era geloso. Fabio, Stefano, Claudio, Stefanino, Davide: tutti amici, ma tutti – soprattutto – amici del Dona.

Perché Dona era forte, sapeva fare cose che a noi non riuscivano, perché sapeva più cose di noi, perché sapeva fare anche lo spaccone e a noi questo ci divertiva e un po’ ci rassicurava. Ho sempre amato la sua visione pratica della vita, la sua sostanza, la sua fisicità, il fatto che Dona ci fosse sempre. Ridevamo tanto io e Donatello. Ricordo i pomeriggi meravigliosi di gioco spensierato a casa mia, a Valle di Lazzaro.

Ricordo i guai, piccoli e grandi. Come quello di bloccare un giorno la strada di Valle di Lazzaro perché avevamo deciso di spostare una botte che sarebbe dovuta diventare, nel nostro orizzonte di gioco, la casa dei pirati. E invece quella botte, presa nella cantina di mio nonno Aldeo, ci sfuggì, rotolò, si incastrò e le macchine non passavano più. Finché mio padre non venne a cercarci e a risolvere (non senza conseguenze per me…) la situazione. Poi ci perdemmo, io e Dona, perché la vita ha percorsi suoi, insondabili. Ma l’amicizia non si sfilacciò mai.

Io a Milano, lui all’Elba e in giro per la Toscana, sui campi di calcio. E ogni volta che mi capitava di incontrarlo ricordavamo le elementari, l’Audace, scherzavamo sulle cronache sportive. Il buio lo ricordo rapido e improvviso, incomprensibile. “Donatello sta male”, “Donatello peggiora”. Frasi che rimbalzavano al telefono con mia mamma. Poi la notizia, il silenzio, tutto finito. Donatello è stato per anni il pensiero più doloroso arrivando a casa, all’Elba, e se penso a lui vedo un percorso interrotto, una gioia di vivere spenta brutalmente. Donatello è stato un dono, di quelli grandi. Per noi e per i suoi due meravigliosi genitori, che ci guardavano crescere in quei pomeriggi, Vittorio e Vinicia, per Claudia.

A Donatello ho pensato l’ultima volta pochi giorni fa, quando a Milano ho accompagnato la mia piccola Gaia al suo primo giorno di scuola. E osservandola con quella sua tenerezza spaurita le ho augurato di avere la stessa fortuna che ebbi io: incontrare su quei banchi un amico grande come il mare.

Francesco
 

Indietro venerdì 5 ottobre 2012 @ 14:46 © Riproduzione riservata

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