Khadim, l'amico immigrato che regala emozioni

di Michele Melis

La lettera

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Foto Wikipedia

Quel pomeriggio dell’anno scorso dovevo portare un po’ di indumenti alla Caritas, ma non lo feci. Pioviscolava ed avevo il timore che i vestiti, dentro i bidoni gialli, si bagnassero; mettiamoci poi (non me ne voglia nessuno, ma c’è poco da fare: è così) che quella sinistra chiusura a ghigliottina/risucchio mette sempre un po’ di soggezione, fatto sta che agii di testa mia. Devo dare questi vestiti ai bisognosi, no? Allora il bisognoso lo trovo da me. Se non si offende, la roba la do a lui. Lui è un giovane, ad occhio e croce sulla ventina (22, mi dirà dopo, quando gli ho chiesto il permesso di pubblicare queste righe), venditore ambulante di colore che opera nei pressi dei   supermercati. Spesso scambiamo due battute (ad esempio ho scoperto che dorme a Piombino, tutti i giorni fa su e giù, e che dalle sue parti in Senegal ha moglie e due figli) ed ogni tanto gli compro qualcosa. Quella volta no, e quando gli propongo di regalargli due sacchetti di vestiti non si offende per niente, accetta altresì di buon grado. Rotto il ghiaccio, seguiranno altre donazioni, prevalentemente di indumenti da bambini, come nuovi. Poi, da un giorno all’altro, quel ragazzo scompare, non lo vedo più. Sarà andato a sbarcare il lunario da un’altra parte, ho pensato. Il mondo va come va e di storie come la sua, variante più variante meno, ce ne saranno a decine, centinaia, migliaia.  Ed eccoci all’altro giorno quando, dopo aver fatto la spesa nel primo pomeriggio, mentre rientro in macchina nel posteggio semideserto del supermercato, sento un richiamo in lontananza: “amico”. Avevo fretta, non ho dato peso a quella voce, non poteva davvero essere un ambulante che ce l’aveva con me, in quanto il più vicino era distante una cinquantina di metri.. E questi immigrati non schiamazzano mai, se ti abbordano è con discrezione. 

Così metto in moto il motore e ingrano la retromarcia, ma vedo che uno di loro viene incontro alla mia macchina di corsetta.
Sì, ce l’aveva proprio con me……. era lui!
Scendo e gli faccio:
“Sono mesi che non ti vedo, ma dov’eri sparito?”
“Andato a casa”.
“In Africa?”
“Sì…. io ringrazia te…. mia famiglia ringrazia te…. miei bambini ringrazia te. Vestiti molto belli… perfetto!”
“Mi fa piacere, quanti bambini hai? Due, vero?”
“No, terzo nato da poco”.
“Ahi, andiamo bene, io ne ho quattro…..” poi mimo le forbici e faccio zac verso giù “forse è meglio se ci diamo un taglio….”
Scoppiamo entrambi in una risata.
Ambigua però, perché non suonava come un deponiamo le armi, ma piuttosto come un non si sa mai.
Gli chiedo se ha ancora bisogno di vestiti, annuisce col capo. E di altre cose, tipo giocattoli.
Domanda stupida, mi risponde così:
“Tutti i bambini piace giocare”.
Annuisco io.
“Come ti chiami?” mi chiede.
Giusto, non ci eravamo mai presentati formalmente.
“Michele” gli rispondo.
“Bel nome”.
“E te?”
“Khadim”.
Ci abbracciamo spontaneamente, ci salutiamo, metto in moto e vado via.
Ma nel tragitto verso casa mi emoziono, perché realizzo che qualcuno mi ha ringraziato, di cuore e come.
Khadim avrebbe potuto benissimo aspettare il prossimo fortuito incontro, invece no.
Ha voluto farlo subito, appena mi ha visto e, date le circostanze, prendendo la rincorsa, pure.
Roba da matti.
 

Indietro venerdì 10 marzo 2017 @ 16:34 © Riproduzione riservata

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