Campo della Bricchetteria, ricordi e la forza di una porta

di Michele Melis

La lettera

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La Bricchetteria oggi

Me lo sono giurato: io lì non ci posteggio.
Dovessi anche andare all’altro capo del paese, la mia macchina, lì, no, mai.
Mi infliggerei una coltellata da solo.
Sto parlando del campo della Bricchetteria, o meglio, quello che resta.
Nella metà campo verso Viale Elba, ci è sorto un condominio; la panchina superstite, davanti a casa di Juba, è ormai uno scheletro rugginoso; gli spogliatoi facevano ribrezzo, li hanno chiusi.
Ma non a chiave, murati proprio, due anni fa. Blocchetti e cemento: il problema è risolto.
http://www.elbareport.it/cronaca/item/18082-polizia
http://www.tenews.it/giornale/2015/10/28/senzatetto-sgomberati-dagli-spogliatoi-della-bricchetteria-61438/

Chissà se prima, almeno, avranno pulito.
Nell’altra metà campo, c’è l’erbaccia alta. E dove non è cresciuta, è perché ci si posteggia, selvaggiamente, di tutto. Mica solo auto, diamine! Ogni tanto, anche camion e rimorchi, ci mancherebbe.
Una volta c’è stato anche il circo, classico, ed un simil-circo, automobilistico: venghino signori, venghino.
Per me quel campo significa molto, forse anche di più del Carburo.
Perché il Carburo, che nell’immaginario collettivo rievoca gloriosi ricordi, per noi era una chimera.
Ogni anno le giovanili dell’Audace venivano smazzate: metà al Carburo, metà alla Bricchetteria.
Chissà perché, per le mie squadre, la Bricchetteria era la regola ed il Carburo l’eccezione.
Quando finalmente sembrava arrivato il nostro turno, a fine anni ‘80, il Carburo è stato dismesso, 5 anni di lavori (la Juve in 3 ci ha fatto uno stadio) e trasloco a San Giovanni.
Con la Bricchetteria, ovviamente, succursale. D’occorrenza e d’emergenza.
Ci ritornai anni dopo, su quel campo, con la Dinamo Procchio, in terza categoria. Eravamo quasi tutti di Portoferraio, la società ottenne un permesso per farci allenare lì, una volta alla settimana, al venerdì.
Fa dunque male, oggi, vedere quell’area, e la storia che essa rappresenta, ridotta così.
Già, perché di storia, quel campo, ce n’avrebbe eccome: dalla Polisportiva Elbana alla squadra femminile (la prima all’Elba), dall’Audace in esilio all’A.C. Portoferraio, per non parlare dello svezzamento di caterve di giovani, generazioni intere.
Gli hanno levato tutto quel posto, anche l’anima, ma un particolare è stato tralasciato.
La porta.
Quella porta, salda al suo posto da una cinquantina d’anni, è sempre intatta.
Sole, pioggia, vento e (data la vicinanza al mare) anche il salmastro, da sempre logoratori di tutto, hanno lasciato immacolata quella porta.
C’è la rete, anche.
La porta, forse, non sarà l’essenza del gioco del calcio ma, di sicuro, è il fine ultimo, l’obiettivo.
Ed una porta attira un pallone. Il Pallone, un bambino.
E’ la potenza di una porta.
Tempo fa ero in macchina davanti al palazzetto dello sport e, nell’attesa che mio figlio uscisse da scuola, ho assistito all’inevitabile.
C’era un bambino di otto, dieci anni al massimo, che ci giocava, da solo.
Calciava di collo, faceva gol, andava a riprendersi il pallone e poi daccapo, con stampato un sorriso in bocca.
Vuoi davvero far felice un bambino? Dagli una palla, al resto ci pensa da sé.
I bambini a pallone giocano dovunque, è vero, ma vuoi mettere una porta con pali e traversa? A dimensioni naturali? E la rete poi, perché segnare sì, va bene, dappertutto.
In mezzo a due sassi, due giacchetti o una porta immaginaria è un conto, ma vedere la rete che si gonfia, garantito, è tutta un’altra cosa.
E l’erbaccia? Che se il pallone ci si infila per bene, sparisce? Chissenefrega. E le pietre riemerse? Alcune di loro grandi come scarpe? Ci si sta attenti. E le carcasse di piccione? Abbastanza lontane per dare fastidio.
A quel bambino andava bene così, giocare da solo, in un’ambiente surreale, ma con una porta vera: per divertirsi e, perché no, sognare, basta e avanza.
Ed in barba alle varie, di quel campo, destinazioni d’uso ed alla faccia, ebbene sì, del disuso, a quel bambino è riuscito l’impossibile: ridare l’anima a quel posto.
Metteteci un toppino.
La tentazione di spostare indietro le lancette di un bel po’ e fare due tiri con lui era forte, fortissima.
Ma ho desistito, i tempi sono cambiati.
Non mi riferisco alla pancetta o alle ginocchia acciaccate, che comunque avrebbero voce in capitolo.
Il punto è un altro: e se qualcuno mi vedeva? Avvicinarmi a quel bambino, intendo.
Al giorno d’oggi, beccarsi una denuncia per molestie è un attimo……
e poi, chi glielo andava a raccontare, al Giudice, che io morivo dalla voglia di giocare a pallone?

Michele Melis

 

Indietro lunedì 17 aprile 2017 @ 09:11 © Riproduzione riservata

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