Il Parco Nazionale e la singolare carta del patrimonio storico e archeologico dell'Elba

Di Carlo Gasparri e Michelangelo Zecchini

Elba

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È ormai noto urbi et orbi che il PNAT ha pianificato scientificamente l’eradicazione di fagiani, di pernici rosse e di altri animali, ma non sembra che altrettanta scienza abbia elargito nei confronti dei beni culturali ai quali pure, ai sensi dell’art. 3 del suo statuto, dovrebbe prestare una cura particolare e un’attenzione prioritaria. Se si dà un’occhiata alla “Carta del patrimonio storico archeologico e delle emergenze culturali dell’Elba”, presente nel suo sito ufficiale on line, a dir poco si rimane di sasso. Lacune e imprecisioni sono tante e tali che dopo pochi secondi di analisi ti trovi ad aver accumulato una buona dose di perplessità e di disorientamento. E pure di imbarazzo se pensi che quella singolare Carta potenzialmente può essere stata consultata e utilizzata, con effetto non positivo per l’isola, da decine di migliaia di persone.

Procediamo in ordine cronologico e limitiamoci agli aspetti negativi macroscopici. Partendo dai reperti preistorici, che nella legenda sono simboleggiati con un color verde pisello, non si può non rilevare l’assenza di siti fondamentali quali Monte Giove, Madonna del Monte, Monte Maolo, S. Bartolommeo, Piane della Sughera, Sassi Ritti, Chiusa Borsella, Monte Cocchero, noti fin dagli anni 60/70 del secolo scorso. Passiamo ai ripostigli: ne viene indicato uno, tutt’altro che reale, a Rio Marina, mentre si saltano a pie’ pari quelli, conosciutissimi dagli specialisti e dai semplici appassionati, di S. Martino, di Colle Reciso, di S. Piero/Montagna di Campo, di Valle Gneccarina (Chiessi), di Pomonte.

Non va meglio se ci spostiamo in epoca etrusca. La Carta ignora le tombe (o piccole necropoli) di Poggio, dell’Aquila, del Bagno, di S. Lucia, dei Magazzini, di Casa del Duca, ecc. ecc. In compenso la Carta segnala un’immaginaria ‘casa’ etrusca (simbolo: stella in cerchio rosso) presso La Pila, nel bel mezzo del piano di Campo.

Se il territorio insulare piange, il mare che lo circonda non ride. L’unico relitto rappresentato è quello di Procchio. E i relitti di S. Andrea, Chiessi, Porto Azzurro, Punta del Nasuto, Punta della Cera, dove sono? E dove stanno gli oltre 100 siti sottomarini che hanno restituito anfore, dolia, ceramiche, ceppi d’ancora, monete, pani di bronzo, stadere e altro? Eppure si tratta di un complesso archeologico molto noto, non solo in Italia; eppure su di esso c’è stata una forte attenzione anche da parte di studiosi stranieri; eppure esiste una nutrita bibliografia: è sufficiente citare il Bollettino d’Arte, Archeologia subacquea, pubblicato nel 1983 dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali.

Non possiamo tralasciare autentiche leccornie come l’ubicazione di una cava di epoca romana nel centro abitato di Marina di Campo, né il fragoroso oblio delle ampie e vistose cave di granito, romane e medievali, di Seccheto, di Vallebuia, di Pomonte.

Inoltre la legenda della Carta crea confusioni di non poco conto: uno stesso simbolo si riferisce ad aspetti culturali diversi: il quadrato con diagonali, per esempio, indica un’area di scorie ma anche un ritrovamento sporadico; un cerchio con una linea orizzontale al centro certifica al contempo l’esistenza sul terreno di una grotta o di una stipe. In entrambi i casi ci sembra che sussistano ‘leggere’ differenze…

Il repertorio cartografico di un grande Parco Nazionale, qual è quello dell’Arcipelago Toscano, dovrebbe essere scientificamente ineccepibile, leggibile senza difficoltà, decisamente utile. La Carta storico-archeologica attuale a nostro avviso non possiede nessuno di tali requisiti.
Il nostro auspicio è che il Parco pensi di più a uccidere meno bestiole innocue e offra, piuttosto, un serio contributo alla valorizzazione del patrimonio storico e culturale dell’Arcipelago.

Carlo Gasparri
Michelangelo Zecchini

Indietro martedì 30 aprile 2019 @ 08:47 © Riproduzione riservata

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