La 76esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ha ospitato anche l’Isola d’Elba

Presente Stefano Muti che ha collaborato alla realizzazione del film documentario "Andrey Tarkovsky. A Cinema Prayer" in competizione a Venezia Classici.

Cinema

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Il regista elbano ci ha rilasciato un'intervista nella quale ci descrive la grande emozione che ha provato per la prima volta nella sua vita.

Una produzione internazionale di spessore, ci parli del progetto?
"Andrey Tarkovsky. A Cinema Prayer" è un film documentario di quasi due ore, con la regia di Andrej Andreevich Tarkovskij, figlio del grande maestro del cinema russo. Il montaggio è costituito da scene estratte dai suoi film più famosi, materiali inediti foto/video d’epoca e dalle riprese effettuate sui luoghi della vita e dei set dei film di Tarkovskij in Russia, in Svezia e in Italia.

Quale è stato il tuo ruolo all’interno di un lavoro così impegnativo?
La cura delle immagini di questo film era affidata a Alexsey Naydenov, grande direttore della fotografia russo, che si è occupato di raccontare la realtà attuale delle locations dei film girati in Russia e in Svezia. Una volta arrivato in Italia, per motivi di salute, ha dovuto abbandonare il set dopo pochi giorni. Uno dei produttori, Paolo Maria Spina della Revolver, mi ha proposto come sostituto di Naydenov per chiudere il progetto. Il mio ruolo è stato quindi quello di Direttore della Fotografia ed operatore delle ultime scene del film.

Com’è stata l’esperienza sul set?
Durante il viaggio che mi stava portando sul set, ho pensato a lungo alle problematiche che sarebbero potute nascere. Non è mai semplice entrare in un progetto già iniziato. Ma non appena arrivato, dopo una breve chiacchierata con Andrej Andreevich Tarkovskij, ho capito che c’era grande sintonia. E’ stato tutto molto semplice, quasi ovvio.

In che senso?
Come tutti quelli che amano, si occupano e lavorano nel mondo del cinema considero Andrey Tarkovsky, un vero e proprio mito, un pilastro assoluto della cinematografia mondiale. L’uso che ha fatto dei movimenti di macchina, del montaggio e della luce, non smettono mai di insegnarti qualcosa. Ho visto i suoi film moltissime volte e studiato il suo libro “Scolpire il tempo”.
La regia di Andrej Andreevich Tarkovskij è fedele alla cinematografia del padre senza cadere nella trappola dell’imitazione. Un’operazione molto complessa e che lui ha gestito magistralmente. Le inquadrature e i movimenti che mi chiedeva di realizzare erano quindi perfettamente fedeli a questa linea.

Avete utilizzato anche il Drone?
Si ed anche in questo, io e Andrej, eravamo in perfetta sintonia. Mi ha chiesto di realizzare movimenti lenti e ampi, come se la camera fosse su un enorme dolly o un carrello lunghissimo. Uno in particolare girato all’alba, davanti alla chiesa di Santa Maria di Portonovo è davvero molto suggestivo.

Una curiosità tecnica. Che macchina da presa avete utilizzato?
Abbiamo utilizzato una Canon 500 con il set completo di ottiche Canon Cine Prime.
Era la seconda volta che ci lavoravo ma come tutte le macchine di questo livello, risulta molto semplice nell’approccio al menù e produce un file di grande qualità e malleabilità in fase di post produzione.
La utilizzerò certamente per altri progetti futuri.

Com’è andata la proiezione a Venezia?
E’ stata molto emozionante, perché era la mia prima volta in concorso a Venezia e soprattutto per esserci arrivato con un progetto importante come questo. C’era un gran fermento davanti alla sala Volpi a partire dalle prime ore del pomeriggio, in molti infatti non sono riusciti ad entrare. L’impatto che il film ha avuto con il pubblico in sala è stato al di sopra di ogni aspettativa. Tutti hanno assistito alle quasi due ore di film con grande attenzione e le domande al regista, dopo la proiezione, sono state moltissime.

Stai pensando di abbandonare la Regia per dedicarti alla sola Fotografia?
Assolutamente no, sono due strade parallele che mi piacerebbe poter portare avanti il più possibile. Sono convinto che ognuna delle due arricchisca l’altra. Mi piacerebbe anzi, riuscire a gestire entrambe, anche su un set di fiction.

Noi ti conosciamo principalmente come documentarista. Hai in cantiere un tuo progetto di fiction?
Si, da molti anni, da quando nel 2001 collaborai alla stesura del film “e io ti seguo” di Maurizio Fiume, che parla della morte di Giancarlo Siani, il giornalista del Mattino di Napoli ucciso dalla camorra nel 1985. Fu proprio Fiume a spingermi, una volta concluse le riprese del film, a sviluppare un mio progetto. Forse adesso è giunto il momento di realizzarlo.

Si può sapere di cosa tratta?
Posso solo dirti che è ambientato all’Elba e che è ispirato a fatti realmente accaduti.

Allora attendiamo gli sviluppi.
Vi terrò informati. Grazie!

Indietro mercoledì 4 settembre 2019 @ 11:44 © Riproduzione riservata

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