Lettera al Dottor Chetoni, responsabile zona ASL

Di Alessandro Pugi

Cornavirus

Foto dell'archivio

Egregio Dott. Chetoni, mi chiamo Alessandro Pugi, sono una delle migliaia di persone residenti all’Isola d’Elba e le scrivo questo accorato appello, cercando di farmi portavoce di tutti quei cittadini che in questo momento sentono il pericolo talmente vicino, da percepirne l’invisibile mano sfiorargli la pelle.

Nella percezione umana, quando si sente arrivare un pericolo, di norma, si tende a proteggersi da quel disagio con ogni mezzo e a cercare di prevenirne le conseguenze. In questo caso il pericolo si chiama Covid 19 e il disagio è dovuto alla consapevolezza che il vivere su quest’Isola sia una colpa da espiare. Già. Una colpa. Mi permetto di dirle questa cosa, perché da sempre, noi isolani, ci sentiamo o veniamo visti come dei “diversi”; persone che non godono degli stessi diritti. Vuole qualche esempio? Spostarsi sulla terraferma ha un costo piuttosto elevato, il prezzo delle merci risente di una chiusura economica ermetica, oserei dire “turistica tutto l’anno”, senza differenze di oscillazione dei prezzi tra il periodo estivo e quello invernale, l’economia flette a seconda delle stagioni, senza dare una garanzia alle famiglie che operano in questo settore e a tutto l’indotto che ne consegue. Potrei dilungarmi per altre dieci righe, ma non sono qui a illustrarle la nostra realtà, perché credo che lei la conosca piuttosto bene. Tengo a precisare che questo non vuol dire fare del vittimismo, ma semplicemente constatare la realtà dei fatti. Eppure teniamo duro, sappiamo sempre risollevarci dalle situazioni difficili, ci rimbocchiamo le maniche gettandoci sui problemi a testa bassa, cerchiamo di sbarcare la giornata nel miglior modo possibile per dare ai nostri figli un futuro migliore. Ma adesso, questo futuro è minacciato da qualcosa che noi, da soli, non possiamo combattere, per questo abbiamo bisogno del vostro aiuto. Sappiamo di poter contare sui nostri eroi quotidiani, medici, infermieri, volontari, che essendo esseri umani, possono commettere errori, a volte sbagliare diagnosi, ma sono in prima linea in questa lotta e noi ne andiamo fieri. Ma è da voi, da chi ha il potere di cambiare le cose che ci attendiamo delle risposte, e soprattutto dei fatti. 

Vorremmo che lei ci spiegasse perché non è possibile istituire un’unità di terapia intensiva presso il nostro nosocomio. Vorremmo che qualcuno ci convincesse che le nostre vite sono diverse da quelle di chi vive sulla terraferma, attraverso fatti concreti e non solo parole mascherate da disinganni politici. Mancano i soldi per le attrezzature? Siamo stati pronti a donare e possiamo continuare a farlo per dare il nostro piccolo contributo. Mancano le strutture? Non credo, poiché avete trovato spazi che pensavate di non avere. Mancano i medici e gli infermieri e gli anestesisti? Bè, è qui che dovete intervenire voi. Noi non possiamo andare oltre. La nostra forza s’infrange contro il muro della burocrazia, troppo solido da scalfire; contro il silenzio dell’immobilismo che sembra attanagliare questa realtà insulare; contro il vento della politica che secondo il colore predominante può decidere sulle sorti di un intero popolo. 

Dott. Chetoni, la prego di accogliere questo appello, non solo come una richiesta di aiuto, ma come l’urlo accorato di decine di cittadini che rivendicano un loro diritto, quello sancito dall’art. 32 della nostra Costituzione. 

Ringraziandola per la sua attenzione, restiamo in attesa di un suo cortese riscontro

Firmato
Alessandro Pugi  

Indietro mercoledì 25 marzo 2020 @ 10:51 © Riproduzione riservata

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