Viaggiatori e ospiti di fine stagione

Una galleria sull’avifauna stanziale e migratoria all’Elba e nel Parco dell’Arcipelago Toscano, con la sorpresa di un altro fenicottero nella zona umida di San Giovanni

Fotografia

Foto di Antonello Marchese

Questa proposta è una piccola galleria fotografica dedicata all'avifauna stanziale e migratoria dell'Elba e dell'Arcipelago con immagini scattate sul finire dell’estate appena trascorsa e all'inizio di quest'autunno.

Vi è ritratto il volo della Berta maggiore (Calonectris diomedea) colto dall'imbarcazione che collega Marina di Campo con Pianosa, nel Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, oggi importante luogo di nidificazione per questa specie che trascorre la gran parte della propria vita in mare aperto, compiendo anche spostamenti importanti raggiungendo e muovendosi ad ampio raggio nell'Atlantico. Possiamo osservare facilmente le Berte dalle imbarcazioni di cui seguono o incrociano la rotta, volando radenti alla superficie del mare, quasi appoggiandosi con le ali sulle onde create dai natanti.

Sempre sul mare di Pianosa, questa volta presso il Porto Romano, sono stati ritratti i due aironi cenerini (Ardea cinerea), animali che probabilmente hanno trovato rifugio e ristoro nella bella baia pianosina. Spesso ho visto e fotografato nelle stagioni di migrazione aironi e garzette presso la Darsenetta e a Cala Giovanna intenti a cacciare i pesci nelle basse e cristalline acque dell'isola piatta. 

Altri migratori sempre sulla stessa isola sono rappresentati dallo stormo di cormorani (Phalacrocorax carbo - 12 esemplari) che dopo essersi avvicinati con la classica formazione a V sul porticciolo pianosino hanno effettuato la virata proprio sopra la statua della Madonna presente presso il forte Teglia, girando nettamente verso Ovest, forse diretti in una delle ampie lagune costiere della Corsica.

Tra i migratori anche un giovane corriere grosso (Charadrius dubius) sorpreso sull'estuario del fosso presso la zona umida di Mola, uno degli ultimi fazzoletti palustri all'Elba. 

Altra importante area umida della maggiore delle isole dell'Arcipelago è rappresentata dalle ex saline di San Giovanni, presso l'odierno parco termale dove sono state scattate le altre immagini: tra queste una ritrae il Piro Piro Piccolo (Actitis hypoleucos) su una roccia a breve distanza dalla laguna, che si nutre aggrappato sui fianchi dello scoglio sfidando il movimento delle onde. Un'altra immagine mostra un gruppo di aironi guardabuoi (Bubulcus ibis) e garzette (Egretta garzetta) - ne ho contati 13 - a cui si aggiunge il locale airone cenerino, tutti "spettinati" dal violento colpo di maestrale che il 25 settembre ha investito l'Elba. Nell'immagine si vede bene che gli animali cercano riparo tra le fronde dei cespugli di Sarcocornia presenti sulla piccola isola ai margini della laguna.

Ospite importante della "piccola Camargue" come qualcuno ha definito questa zona umida, anche un fenicottero che si e' fermato 3-4 giorni, almeno fino all'8 ottobre, staccatosi probabilmente - per la stanchezza (?) - dal suo gruppo in migrazione durante le intemperanze climatiche dei giorni precedenti. L'animale si e' nutrito sul fondo della vecchia salina, e poi forse visto lo spiraglio climatico idoneo di giovedi' e venerdi' scorso ha trovato l'energia e l'opportunita' di riprendere il volo per ricongiungersi con i suoi simili.

Antonello Marchese

*Guida del Parco Nazionale Arcipelago Toscano e Fotografo Naturalista

Se c’è un uccello che, più di altri, ci ha aiutato a “rivedere” il concetto di migrazione e soprattutto di “svernamento”, questo è il fenicottero (Phoenicopeterus roseus).

Se prima l’opinione comune era che la migrazione autunnale conducesse le popolazioni di uccelli dal luogo di provenienza a quello di destinazione (talvolta con tappe anche vitali) e che esse vi rimanessero fino all’inizio del viaggio di ritorno, grazie all’osservazione dei fenicotteri e, soprattutto alle letture a distanza degli anelli colorati e numerati apposti alle zampe di migliaia di soggetti, queste “convinzioni” sono state sostituite dall’accettazione di un quadro forse più complicato ma sicuramente più affascinante e responsabilizzante.

In questo quadro l’ultimissima osservazione di un giovane fenicottero nella ex salina di San Giovanni non fa che confermare questo concetto “allargato” di movimenti e aree di svernamento.

Cosa si è capito dei fenicotteri negli ultimi vent’anni? Che le popolazioni mediterranee (francesi, italiane, spagnole, greche, tunisine, turche) sono assolutamente mobili e interscambiabili. Che i gruppi si spostano con una certa continuità temporale in più aree di svernamento, non solo “classiche” e ben conosciute ma anche nuove, talvolta totalmente artificiali e temporanee. E questo, se si conosce la biologia dei fenicotteri, in realtà era lo scenario più ovvio da aspettarsi.

Il fenicottero è un grande trampoliere estremamente specializzato. Si nutre filtrando acque dolci e salmastre col suo particolarissimo becco ricurvo ad “L” alla ricerca di piccoli crostacei (principalmente un minuscolo gamberetto l’artemia salina) e altri organismi, anche vegetali. Le distese di acque costiere, calme e calde, rappresentano l’ambiente ideale per le sue prede quindi anche per lui. Ma sono anche ambienti fragili e mutevoli, soggetti ad essicazione (pensate alle saline) o ad improvvisi cambiamenti nella salinità per intrusione di acqua dolce o più salata. Le sue amate artemie possono scomparire del tutto in poche ore, quindi la “gente rossa” (“sa genti arrubia”, come vengono chiamati in Sardegna), così legata alle sue fonti di cibo da assumerne il colore col raggiungimento dell’età adulta, è per natura gente nomade. Gente pronta a sfruttare nuove risorse e nuove concentrazioni di cibo, come quelle create dall’uomo nelle vasche di colmata del porto di Livorno, dove non è difficile né raro che se ne fermino a centinaia. Ma è anche un “popolo” che si ricorda di antichi posti, luoghi di antica abbondanza creati e distrutti da quegli strani esseri dal comportamento (il loro si, e non serviranno anelli colorati e numerati) completamente assurdo e inspiegabile.

Così un giorno il nostro ultimo fenicottero “elbano” si è trovato forse in difficoltà sicuramente isolato dal suo gruppo e allora l’istinto e il DNA lo hanno guidato in un posto che si chiama “Saline” non per caso. Perché decenni fa lì c’erano delle distese di acqua salmastra che sicuramente i suoi avi hanno sfruttato in passato chissà quante volte! Perché quel minuscolo specchio d’acqua separato dal mare da un marciapiede gli sembrava istintivamente accogliente.

Era già successo che soggetti isolati si fermassero temporaneamente e qualche anno fa un giovane fenicottero ha passato l’intero inverno a S. Giovanni, permettendoci di allungare la lista delle specie svernanti all’Elba.

Questa la parte affascinante del racconto. E la responsabilità? Sta nel ricordarci di rispettare e conservare questi ambienti, anche (e forse soprattutto) quelli “residuali”, quelli di confine, i bacini di biodiversità, i posti dove le acque si purificano, i pesci si riproducono e i loro avannotti diventano pesciolini, le alluvioni si sfogano senza distruggere case o ammazzare persone. Non è in ballo solo la vita di un giovane fenicottero. Basterebbe capire e accettare la lezione e con essa le scelte da fare, e di corsa!

Giorgio Paesani

** Ornitologo

Foto di Antonello MarcheseDi Antonello Marchese* e Giorgio Paesani**  

Galleria fotografica

Indietro lunedì 12 ottobre 2020 @ 18:17 © Riproduzione riservata

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