La Santa Pasqua di Bolano e di altri illustri atei

Scritto da Jacopo Bononi - Presidente Premio Letterario La Tore Isola d'Elba

Pasqua

Italo Bolano ha affrontato il tema del Cristo in vari momenti del suo percorso artistico, vivendo il Cristo come massima rappresentazione del dramma del dolore e della sofferenza dell'Umanità e suo personale. 16 grandi tele, realizzate alla fine degli anni '90, rappresentano la "Vita di Cristo", furono da lui donate alla Diocesi di Massa Marittima e costituiscono il Museo di Arte sacra "Italo Bolano" nella Chiesa di San Gaetano a Marina di Campo. Negli anni successivi Italo ha periodicamente ripreso questo tema realizzando tele di forte impatto emotivo. Ne pubblico qui qualcuna… (…) così Alessandra Ribaldone Bolano ricorda sulle sue pagine facebook l’amato Italo e pubblica alcune sue splendide opere, anche molto recenti di cui qui riproduciamo un esempio del 2008. Alessandra poi chiosa: (…) Don Marco Natali, parroco in Prato, lo ha così mirabilmente definito: " Religiosamente ateo, Francescanamente credente, amico delle Beatitudini.” (…) In una Pasqua così lacerata dal periodo più buio che capita di annotare da decenni nella storia più recente dell’umanità, scorgere in atei dichiarati la ricerca del Cristo più intensa che ci sia è cosa nota, ma non sempre così evidente. Il 29 gennaio 1944 Cesare Pavese scrive nel suo diario: (…) Ci si umilia nel chiedere una grazia e si scopre l'intima dolcezza del regno di Dio. Quasi si dimentica ciò che si chiedeva: si vorrebbe soltanto godere sempre quello sgorgo di divinità. È questa senza dubbio la mia strada per giungere alla fede, il mio modo di esser fedele. Una rinuncia a tutto, una sommersione in un mare di amore, un mancamento al barlume di questa possibilità. Forse è tutto qui: in questo tremito del "se fosse vero!". Se davvero fosse vero...(…) Pochi anni prima, sempre nel suo diario, scriveva su Dio e sui dolori del mondo che anche a noi così intensamente tocca in questi mesi di vivere: (…) Il dolore non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l'aria. È impalpabile, sfugge a ogni presa e a ogni lotta; vive nel tempo, è la stessa cosa che il tempo; se ha dei sussulti e degli urli, li ha soltanto per lasciar meglio indifeso chi soffre, negli istanti che seguiranno, nei lunghi istanti in cui si riassapora lo strazio passato e si aspetta il successivo. Chi soffre è sempre in stato d'attesa – attesa del sussulto e attesa del nuovo sussulto. Qualche volta viene il sospetto che la morte – l'inferno –consisterà ancora del fluire di un dolore senza sussulti, senza voce, senza istanti, tutto tempo e tutto eternità, incessante come il fluire del sangue in un corpo che non morirà più (…) Il Pavese ateo che, già uomo maturo, annota sussulti esistenziali legati al dolore di vivere che saranno del resto la chiave del suo postumo ‘Il Mestiere di vivere’ (Einaudi, 1952). L'uomo, scrive lo studioso Molinari, è impensabile senza Dio, senza un riferimento costante, ontologico a Dio creatore. Ma Dio creatore è anche Dio padre. Ecco allora l'esigenza, da parte dell'uomo, di un incontro personale con Dio. Pavese ha sentito l'istanza che alberga nel cuore dell'uomo. ma non ha saputo (o voluto) trovare un'apertura al trascendente. Nella teologia morale contemporanea, scrive ancora Molinari. si parla sempre più della vita cristiana secondo le categorie della "chiamata" da parte di Dio e della "risposta" da parte dell'uomo. Pavese non ha avvertito questa chiamata o, più verosimilmente, l'ha soffocata, ha permesso che fosse travolta da altre chiamate che possono apparire più effimere, quelle che venivano dalle creature (fossero esse il "mito", l'"arte". la "donna", la "realizzazione di sé").(…) Dino Barsotti del resto annota su Pavese: (…) il suicidio, tentazione permanente della sua vita, certamente è il riconoscimento di una disfatta. Pavese è stato consapevole di essere un vinto: ma da chi? L'impotenza a costruire una sua vita può essere stata la condizione, per lui, di abbandonarsi finalmente a Dio. Allora l'atto dell'abbandono avrebbe concluso la sua vita meglio di come egli poteva aver sognato (…) Nello stesso suicidio di Pavese ritroviamo la ricerca di Dio quando si legge nel diario, alla fatidica data del suo trapasso: ‘0 Tu, abbi pietà’. Un autore che non amò Pavese, pur riconoscendone le doti di rigore e di assoluta correttezza come uomo e come scrittore, oltre che il suo ruolo fondamentale nella storia della letteratura italiana contemporanea fu Pier Paolo Pasolini. Famosa resta una sua intervista televisiva nella quale esprime un giudizio alquanto critico sull’autore piemontese. Anche in Pasolini, che definisce sé stesso come segue, troviamo una costante ricerca di Dio, anche se in aperto contrasto con le istituzioni specialmente cattoliche che lo rappresentano: (…) Io, per me, sono anticlericale (non ho mica paura a dirlo!), ma so che in me ci sono duemila anni di cristianesimo: io coi miei avi ho costruito le chiese romaniche, e poi le chiese gotiche, e poi le chiese barocche: esse sono il mio patrimonio, nel contenuto e nello stile. Sarei folle se negassi tale forza potente che è in me: se lasciassi ai preti il monopolio del Bene. (…), tratto da un breve scritto del 1961 riportato nel libro “Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte” pubblicato da Laura Betti nel 1977. Tutta la sua produzione letteraria è pregna di cristianesimo e di cattolicesimo, se non altro in un perpetuo conflitto esteriore ed interiore. Di certo lo è anche la sua produzione cinematografica da ‘La Ricotta’, quarta parte di un film corale Ro.Go.Pa.G. del 1963 diviso in quattro episodi, il cui titolo è una sigla che identifica i registi dei quattro segmenti: Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti fino al ‘Il Vangelo secondo Matteo’, acclamato lungometraggio del 1964 di cui Aruna Vasudev disse: (…) Pur non essendo il regista un credente, la sua personalità radicale e anticonformista era forse attratta dall’idea di un Cristo concepito come un agitatore e un rivoluzionario che esige rispetto, addirittura come un demagogo (…). E poi ancora: (…) E si vede Cristo compiere un altro miracolo. La nuda bellezza del campo lungo sulla sagoma di Cristo che cammina sulle acque è rivelatrice. Non solo perchè è in grado di rivaleggiare con gli effetti speciali in digitale di qualsiasi film contemporaneo, ma anche perchè attira l’attenzione su se stessa all’interno di un’opera il cui approccio, altrimenti, è interamente Neorealistico. Si tratta di un momento sublime (….) Quindi ritroviamo ancora la ricerca di Cristo e di una Fede per lui impossibile. In questo senso ha scritto di lui lo scorso anno Ilaria Mazza: (…) La Chiesa, accecata dalla sete di potere, ha strumentalizzato e controllato le masse, rendendole passive e ignoranti. Il suo compito invece, secondo Pasolini, è prendere per mano gli ultimi e guidarli verso un mondo giusto per opporsi a questo tipo di società che non ha nulla di umano, ovvero la società dei consumi. La stessa opposizione che ebbero i cristiani continuando a pregare quando gli fu imposto di non farlo, ai tempi dei martiri romani. La Chiesa non dovrebbe avere nulla a che fare con lo Stato, ma dovrebbe liberarsi dai dogmi e abbracciare una cultura libera e antiautoritaria, la stessa libertà che Cristo lasciava ai suoi discepoli. La libertà di Pasolini quindi consiste anche nell’allontanarsi da questo tipo di messaggio ecclesiastico e leggere le Scritture interpretandole come i testi più sublimi e rivoluzionari mai realizzati, soprattutto il Vangelo secondo Matteo, omonimo film del cineasta Pasolini. (…) Quindi in definitiva sia nella ricerca di Bolano con le sue struggenti immagini rarefatte del Cristo sia nella documentata e palpabile ricerca di Dio nel Cristo dei due Autori citati, altrettanto illustri sebbene in un’Arte diversa, possiamo dare un senso alla Pasqua di questo anno sventurato. Chi scrive, da credente, ritrova in questa ricerca di chi Dio non ha trovato in vita il senso sublime della ricerca stessa e nelle parole profetiche che seguono dell’autore friulano di cui sopra il senso anche del momento storico che attraversiamo, da ‘Alì dagli occhi azzurri’ (Garzanti, 1965): (…) sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sè i bambini, e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua. Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.

Jacopo Bononi-presidente 

Indietro domenica 4 aprile 2021 @ 09:27 © Riproduzione riservata